2 mesi

Sono circa il 30% dei giovani al di sotto dei 40 anni che hanno già deciso di cambiare lavoro, rinunciando anche al posto fisso se non li soddisfa

Sembra essere crollato un mito in Italia (ma non solo), quello appunto del posto sicuro per tutta la vita, che per oltre un secolo ha condizionato le scelte di intere generazioni.
L’arrivo della pandemia, infatti, ha cambiato di colpo le carte in tavola. L’impianto del cosiddetto lavoro tradizionale, fortemente gerarchizzato e basato su performance e produttività, ha iniziato a presentare delle crepe, sino a condurre verso una trasformazione che scuote ormai nelle fondamenta la società post-moderna.
Il fenomeno è globale e si chiama Big quit o Great resignation: riguarda 25 milioni di lavoratori dimissionari che rifiutano la struttura classica del lavoro, in quanto a guidare le loro scelte non sono più carriera e retribuzione, ma il work life balance, ossia la sostenibilità del lavoro e della vita privata.
Il sistema valoriale che ha guidato le scelte lavorative di baby boomers e generazione X è entrato, dunque, in crisi sino ad essere ribaltato da un nuovo paradigma che mette al primo posto la salvaguardia della qualità della vita dove l’aspetto economico, sebbene ancora importante, è subordinato però alla salute psicologica del lavoratore.