Superlega: le inutili polemiche di chi non difende il calcio, ma i propri privilegi

Non è mai stato facile, nella storia dell’uomo, il percorso di coloro che hanno provato a sostenere verità o cambiamenti nei vari ambiti della vita sociale. Basti pesare alla sofferta esistenza di Galileo Galilei imprigionato da una Chiesa oscurantista per aver confermato le teorie di Copernico del Sole al centro dell’Universo

L’Europa Unita, è stato il mantra più volte ripetuto in questi anni da una nomenclatura ormai saldamente avvinghiata alle leve del potere. Eppure, l’unità europea dello sport più popolare della terra fa tuttora ‘paura’ a coloro che, da imperterriti brontosauri, in un modo o nell’altro, governano il mondo del calcio. Tutti, indistintamente, uniti nella difesa dei propri privilegi o rendite di posizione si dichiarano contrari alla nascita della Superlega: Coferin, Infantino, Gravina e anche alcuni Capi di Stato sparsi in buona parte del Continente.

Ma i Club cosiddetti ‘ribelli‘ sono, tuttavia, abbastanza determinati nell’avviare l’ambizioso progetto sostenuto finanziariamente dalla JP Morgan Chase & Co, multinazionale americana con sede a New York. Gli stessi sono stati prontamente minacciati di subire dure sanzioni pecuniarie con conseguente esclusione da tutte le competizioni sportive, qualora non dovessero rivedere le loro  posizioni.

Ma in un calcio ormai devastato dalla pandemia, quale Presidente sarebbe disposto a rinunciare alla concreta possibilità di incrementare i propri guadagni? Le Società che sinora hanno aderito all’iniziativa presentano, infatti, un cumulo debitorio intorno ai 5-6 miliardi. Sulla base di un calcolo effettuato da autorevoli esperti di Settore, gli introiti complessivi della Superlega potrebbero oltretutto triplicare le rendite economiche, rispetto a Champions ed Europe League, per un importo complessivo annuo di 10 miliardi. Patetiche, dunque, le reazioni indignate dei ‘falsi moralisti‘ che parlano di ‘fine del calcio‘ diventato, a loro giudizio, semplicemente business. C’è da chiedersi, comunque, in quale assurdo mondo questi ‘nostalgici dei buoni sentimenti‘ siano vissuti sinora.